lunedì 2 dicembre 2013

Recensione: Morte di un biografo, di Santiago Gamboa, Edizioni E/O.

Uno scrittore colombiano residente a Roma riceve per posta un invito inaspettato: è chiamato a fare da relatore in un congresso internazionale di biografi che si svolgerà a Gerusalemme. L'uomo è sorpreso, non ha mai partecipato a eventi simili e osservando la lista degli invitati scopre di essere l'unico scrittore conosciuto, ma decide di accettare soprattutto per uscire dal torpore e dalla solitudine causata da una malattia che lo ha tenuto a lungo lontano dalla sua attività e dalla vita sociale. Giunto a Gerusalemme viene però catapultato in uno scenario da incubo, la guerra è alle porte e ampie zone della città sono teatro di violenti scontri a fuoco. Nonostante la paura iniziale il protagonista viene scortato sano e salvo al King David, l'albergo più lussuoso di tutta la città israeliana nonchè sede del congresso, e lì prepara il suo intervento, ascoltando decine di altre storie e accingendosi a raccontare la sua.
Proprio in questo consiste il romanzo, in un caleidoscopio di storie raccontate dai personaggi più disparati e stravaganti, dal bibliofilo all'editore, passando per le vicende personali di una pornostar fino alle peripezie di un ex pastore evangelico. Ogni naratore racconta una o più biografie: ci sono quelle di due amici scacchisti che trovano nella mediocrità la loro panacea contro l'infelicità, quella di un meccanico colombiano che riesce a sopravvivere alle torture dei guerriglieri e che torna per vendicarsi; quella incredibile di Sabina Vedovelli, pornostar italiana di successo che vuole unire la pornografa a ideali affini alla lotta di classe; ma soprattutto quella di José Maturana, pastore di Miami, ex drogato ed ex carcerato, che racconta la parabola di Walter De La Salle e della Chiesa della Misericordia. Maturana però, poco dopo il suo applauditissimo intervento al congresso, viene trovato morto nella sua camera d’albergo. Le prove sembrano indicare che si tratti di un suicidio, ma il protagonista non ne è convinto e comincia a indagare sul passato del defunto.
Morte di un biografo è romanzo ibrido e corale che si svolge su più piani. A prima vista può essere letto come un contemporaneo Decameron dove a fare da cornice (e a ricordare la caducità della vità) alle novelle raccontate non c'è la peste che assediava Firenze, ma un sanguinoso conflitto che cinge e soffoca la metropoli; ciononostante è proprio questo il palcoscenico ideale, perchè come dice uno degli invitati al congresso "Le vite sono come le città: se sono pulite e ordinate non hanno storia. E' nella disgrazia e nella rovina che nascono le storie migliori".
Gamboa riesce a intrecciare la storia del protagonista con le biografie narrate dai relatori e le loro stesse vite, a dare una forte impronta noir alla trama e al contempo disseminare in molte pagine dei riferimenti letterari più o meno velati. All'interno del King David si festeggia, si magia e si beve oltre misura, ma soprattutto si racconta e si fa letteratura. Eppure, in questa torre di cristallo dove brindano gli artisti e i biografi, nel bel mezzo di un congresso dove è di regola l'opulenza, irrompono poco a poco squarci di una Gerusalemme apocalittica, ricordando a tutti la realtà e la vicinanza della guerra.
Cosa accade dunque quando la festa e le finzioni finiscono? Come si può osservare il mondo dopo essere scampati alle pallottole e una volta tornati alla pacifica vita di tutti i giorni? Non resta altro da fare che guardare l'esistenza con occhi diversi: "L'aria ci sembrava talmente limpida da ferirci le narici. Non c'erano bombardamenti nè fumo nè l'acre odore dell'immondizia, niente pneumatici che bruciano nè tramonti in fiamme, e nemmeno luci bluastre per il fragore di mortai nè violente deflagrazioni. La città non era assediata dalla guerra, ma piuttosto dalla banalità e dall'indifferenza. L'orrore non era nell'atmosfera satura di polvere e sostanze chimiche, ma negli sguardi anonimi dei passanti, nelle loro pupille vitree, nelle espressioni dei più giovani, negli uomini e nelle donne che camminavano noncuranti sul selciato delle piazze, nell'atteggiamento di sconfitta dei vecchi. Lì era il vero orrore".
In Morte di un biografo Santiago Gamboa ha saputo dosare bene ironia e melanconia, dando vita a quello che un romanzo dovrebbe essere o che almeno dovrebbe aspirare a diventare, ovvero un esemplare appartenente a un genere mutevole e polifonico, impossibile da imbigliare e fissare in una forma precostituita, capace al contempo di legare stili e registri diversi.



Santiago Gamboa (Bogotá, 1965) ha studiato letteraratura all'Universidad Javeriana di Bogotá. Si è poi trasferito in Europa e ha vissuto a Madrid, dove si è laureato in Filologia Ispanica all'Universidad Complutense, e a Parigi, dove ha studiato Letteratura Cubana all'Università della Sorbona. È autore di Páginas de vuelta (1995), Perdere è una questione di metodo (1997; divenuto, nel 2005, un film diretto da Sergio Cabrera), Tragedia del hombre que amaba en los aeropuertos (1999), Vita felice del giovane Esteban (2000), Gli impostori (2001), Ottobre a Pechino (2002), El cerco de Bogotá (2004), El síndrome de Ulises (2005; finalista del premio Rómulo Gallegos 2007, finalista del premio Medicis 2007 come miglior romanzo straniero pubblicato in Francia e premio Casino de Povoa 2008 in Portogallo), Hotel Pekín (2008), Morte di un biografo (premio La Otra Orilla, 2009) e Preghiere Notturne (2012). I suoi libri sono stati tradotti in 16 lingue. Attualmente vive a Roma.





martedì 19 novembre 2013

Recensione: Il libro selvaggio, di Juan Villoro, Salani.

"A me interessava raccontare la storia di qualcuno circondato dai libri ma che non era lettore, un po' come ero io fino a quindici anni. I miei genitori erano professori e io sono cresciuto in mezzo a libri che per me erano inacessibili, erano tutti testi per adulti e di conseguenza per me quei volumi erano come degli alieni. Con questa storia volevo recuperare il ricordo di questa estraneità ai libri e soprattutto la loro scoperta".
Con queste parole lo scrittore messicano Juan Villoro ha presentato lo scorso settembre al Festivaletteratura di Mantova il suo romanzo per ragazzi (ma non solo) Il libro selvaggio. E' la storia di Juan, un ragazzo di tredici anni che ha sempre vissuto con distacco il suo rapporto con i libri, e che per cause di forza maggiore (i suoi genitori stanno per divorziare) si trova a trascorrere un'intera estate dallo zio Tito. Il giovane però non è troppo entusiasta, lo zio è infatti un tipo strampalato che vive rinchiuso in un palazzo totalmente tappezzato di libri, qualcosa di molto più simile a un labirinto che a una normale casa.
Nell'abitazione di questo bibliofilo incallito Juan scopre che i libri hanno vita propria e alcuni cambiano persino contenuto a seconda di chi li legge. Esiste tuttavia un libro che si è nascosto per generazioni agli antenati dello zio e allo stesso Tito, un libro che rifiuta di farsi leggere e che sta attendendo un lettore speciale, questo oggetto magico e misterioso è chiamato "il libro selvaggio".
Tito è tuttavia convinto che il nipote, che a differenza sua non è un misantropo e soprattutto non ha perso la capacità di emozionarsi e di meravigliarsi di fronte ai libri e alla vita, potrà finalmente riuscire a leggere quel volume sfuggente.
"Ho sempre avuto l'impressione che sono i libri che ci scelgono e non il contrario. Succede poi a tutti di imbattersi in un libro e non essere ancora pronti a leggerlo. Io credo che quando il mio personaggio cerca il libro, cerca un'anima gemella, qualcuno come lui.", disse Villoro qualche mese fa.
In effetti oltre all'omonimia, il protagonista del romanzo condivide con l'autore alcuni dati biografici: anche i suoi genitori si separarono quando lui aveva quell'età, e anche lui lesse il primo libro di sua spontanea volontà e al di fuori dagli obblighi scolastici all'età di quindici anni.
Quella di Juan non è però solo una specie di iniziazione alla lettura, dove imparerà che i libri sono vivi e hanno un'anima, che sono "specchi indiscreti e temerari che ti fanno uscire le idee più originali, stimolano pensieri che non sapevi di avere. Quando non leggi, quelle idee restano chiuse nella tua testa. Non servono a niente. Nei libri conosci idee altrui e viaggi in mondi diversi. Un libro è il miglior mezzo di trasporto: ti porta lontano, non inquina, arriva puntuale, costa poco e non ti fa venire il mar di mare"; ma in quell'estate il protagonista scopre anche l'amore grazie a Catalina, la ragazza della porta accanto che lo aiuterà nella ricerca del libro selvaggio e che condividerà con lui molte letture.
Villoro ha scritto un romanzo divertente, pieno di ironia e dotato di leggerezza. E' una storia fantastica che non scade mai nel banale, narrata con semplicità (il che non equivale a scrivere male, come si pensa talvolta in Italia quando si parla di letteratura per ragazzi) e che soprattutto riesce a trasmettere nelle sue pagine il piacere e la curiosità per la lettura.
Perché come c'è scritto in copertina:"Il lettore migliore non è quello che legge più libri, ma chi trova più cose in quello che legge".



Juan Villoro è un giornalista e uno scrittore messicano. Nel 2004 ha vinto il Premio Herralde con il romanzo El testigo. In Italia oltre a Il libro selvaggio (Salani, 2010) ha pubblicato Chiamate da Amsterdam (Ponte alle grazie, 2013), I colpevoli (CUEC Editrice, 2009) e Palme della brezza rapida (Robin, 2000).  

mercoledì 30 ottobre 2013

Roberto Bolaño, scrittore di frontiera.

III Parte: La parte di Bolaño

Nel 2001 diventa padre per la seconda volta, nasce la figlia Alexandra, e pubblica una raccolta di racconti intitolata Puttane assassine. Nel 2002 esce Anversa, romanzo estremamente frammentario e autobiografico scritto nel 1980. Sempre nello stesso anno viene pubblicato Un romanzetto canaglia (o Un romanzetto lumpen), unica opera ambientata a Roma e scritta con ogni probabilità proprio durante un soggiorno nella capitale. Sono tuttavia due libri minori, perché Bolaño lavora incessantemente a quello che definirà il “suo romanzo”, 2666. Un'opera apocalittica che aspira alla totalità, capace di percorrere quasi per intero il Ventesimo secolo e che lega una serie di esistenze che si trovano e si perdono, tutte alla ricerca di qualcosa di indefinito. 2666 è diviso in cinque parti che possono essere lette anche autonomamente, ma che sono tenute in relazione tra loro da due interrogativi che ripercorrono l'intera opera: chi è lo scrittore invisibile Benno Von Arcimboldi e chi è l'assassino delle centinaia di donne in una città di frontiera tra Messico e Stati Uniti.

Nella prima parte, La parte dei critici, i protagonisti sono appunto quattro critici letterari, il francese Jean Claude Pelletier, lo spagnolo Manuel Espinoza, l'italiano Piero Morini e l'inglese Liz Norton. Tutti e quattro condividono l'ossessione per lo scrittore tedesco Benno Von Arcimboldi, una specie di romanziere fantasma candidato al Nobel ma di cui si sa solo l'anno di nascita (1920), e come degli investigatori cercano di rintracciarlo partecipando a congressi e viaggiando da un capo all'altro del vecchio continente in cerca di indizi. La pista più importante indica loro una meta lontana, una città di frontiera nel deserto del Sonora chiamata Santa Teresa.

La parte di Amalfitano racconta la storia di un esiliato cileno, un professore cinquantenne traduttore di Arcimboldi in spagnolo, e di sua figlia Rosa. La madre di Rosa, Lola, impazzì e se ne andò di casa quando la bimba aveva due anni con il pretesto di far visita al suo poeta preferito, che viveva nel manicomio di Mondragón, vicino a San Sebastián. Da quel momento in poi il professore non fece altro che muoversi da un dipartimento universitario all'altro, portandosi sempre appresso Rosa, fino a quando non approdarono a Santa Teresa.

Amalfitano è un personaggio tormentato che si interroga sull'esistenza e sul perché si trova in quel luogo sperduto, e per farlo indaga il suo passato e in preda a una pazzia allucinatoria dialoga con il fantasma di suo padre e con quelli dei suoi antenati. E' un solitario, un uomo a cui è rimasto solo l'amore per la figlia, ma che è in preda all'angoscia per un pericolo che sente vicino. Vista la grande mole di omicidi di cui sono vittime le giovani donne della città, Amalfitano teme per la vita di Rosa.

La parte di Fate è incentrata su un giornalista di colore proveniente da Harlem, New York, che si trova quasi per caso a coprire la cronaca di un incontro di boxe che si disputa a Santa Teresa. Oscar Fate non è un reporter sportivo, si occupa solitamente di temi sociali e politici che riguardano gli afroamericani, ma deve sostituire un suo collega da poco deceduto. Giunto a Santa Teresa si sente come un pesce fuori dall'acqua, non parla spagnolo e non conosce minimamente i due pugili che si affronteranno, e ora dopo ora finisce per scontrarsi con una realtà molto diversa da quella che poteva immaginare. Dapprima sente alcune dicerie, poi altre voci sull'incredibile scia di violenza che attraversa il paese di frontiera e sulle ragazze che muoiono di fronte all'indifferenza delle istituzioni che dovrebbero proteggerle. Il viaggio e la permanenza in città sembrano scuoterlo, tanto che vorrebbe scrivere un articolo su quanto accade appena fuori dal confine statunitense, ma al suo caporedattore l'argomento non interessa. Ciononostante Fate entra in contatto con una giornalista di Città del Messico, Guadalupe Roncal, che segue da vicino il caso delle sparizioni, e in seguito anche con Rosa Amalfitano. Il succedersi degli eventi e il suo volere andare a fondo alla vicenda lo portano a visitare in carcere il principale indiziato (che resterà tale nonostante fuori dalle mura penitenziarie i crimini continuano a essere commessi), un uomo enorme, biondo e dagli occhi azzurri, che mentre lo prelevano dalla cella canta una canzone in tedesco: “Sono un gigante perduto in mezzo a un bosco bruciato. Ma qualcuno a salvarmi verrà”.

Prima di parlare del capitolo più corposo di tutto il romanzo, La parte dei delitti, occorre fare qualche passo indietro, e ritornare alla seconda metà degli anni Novanta. Bolaño era molto interessato a quanto accadeva a Ciudad Juarez, città ai confini del Texas tristemente nota per l'elevatissimo tasso di criminalità e di omicidi (secondo una statistica è la città più pericolosa del mondo), e poté avvalersi della consulenza del giornalista e scrittore messicano Gonzales Rodriguez, un uomo avvezzo a inchieste scomode agli occhi governativi, che aveva scritto molti articoli riguardanti le donne scomparse a Ciudad Juarez scoprendo uno scenario terribilmente inquietante dove i poliziotti picchiavano i testimoni per far loro accusare l'unico imputato. A seguito di tre anni di ricerche, il giornalista arrivò a ipotizzare una serie di connivenze fra la polizia, funzionari governativi e narcotrafficanti, e il loro coinvolgimento negli omicidi. Tramite queste inchieste si arrivò allo svelamento di un sistema di impunità che proteggeva i ricchi criminali e che vedeva coinvolte anche le forze dell'ordine e le istituzioni locali. Rodriguez fu dapprima pedinato per anni, poi anche sequestrato a Città del Messico dove due uomini lo scaricarono da un'auto lasciandolo gravemente ferito ai bordi della strada.

Bolaño, che in quel periodo cercava informazioni proprio sui femminicidi di Ciudad Juarez (che nel romanzo verrà ribattezzata Santa Teresa) si mise in contatto con il giornalista, e cominciò a chiedere sempre maggiori dettagli sul tipo di armi utilizzate negli omicidi, sui ritrovamenti dei cadaveri, sul modo di agire e sulla mentalità della polizia locale, facendosi spedire persino delle copie delle relazioni medico-legali. Tutta questa serie di informazioni tecniche e questo distacco di fronte all'orrore diventeranno il lessico predominante della Parte dei delitti, dove vengono ritrovati i cadaveri di ben centonove donne. Esistono alcuni personaggi che provano a venire a capo del rebus all'interno di questo mosaico di narrazioni, sono uomini e donne che tentano di capire cosa accade in quella città, chi è o chi sono gli assassini, perché la polizia insiste a puntare il dito sull'unico indiziato mentre i massacri continuano impuniti. Sono tuttavia tentativi futili, le pagine del romanzo scorrono veloci e i cadaveri spuntano dal deserto uno dopo l'altro. Brutalità e violenza la fanno da padrone in questa parte, le pagine sono costellate da dettagli sanguinosi e l'atmosfera della città di confine è densa, irreale, un incubo a occhi aperti. E' come se Bolaño volesse farci scendere sempre più in profondità, sempre più in fondo verso l'abisso, incontro al male e alle sue molteplici forme. Per lo scrittore cileno Santa Teresa è la definizione di Inferno del presente.

La parte di Arcimboldi è quella che chiude 2666, o meglio, che chiude il cerchio tematico collegandosi alle parti precedenti e lascia il romanzo ancora più aperto. Racconta la biografia di Hans Reiter, un prussiano di provincia nato negli anni venti che partecipa alla Seconda Guerra Mondiale. L'intera vita di Reiter è governata dal caos, non è per sua scelta che combatte sul fronte orientale, ed è per caso che ritrova delle carte appartenenti a un ebreo russo chiamato Ansky. E' all'interno di questi diari che Reiter viene a conoscenza del pittore italiano Arcimboldi, di cui Ansky era un grande ammiratore. Il giovane Hans sopravviverà alla guerra ma a seguito di un incidente accorso in un campo di concentramento dove uccide un tedesco, decide di cambiare il proprio nome per nascondere il crimine, trasformandosi in uno scrittore invisibile il cui pseudonimo è Benno Von Arcimboldi. Il nome scelto non indica solo un omaggio al pittore Giuseppe Arcimboldo, ma anche una specie di vicinanza estetica: così come le teste dipinte dell'italiano sono composte da elementi come frutta, pesci, o libri, la letteratura e la stessa vita di Benno Von Arcimboldi è segnata da un'insieme eterogeneo di persone molto diverse che ha conosciuto e che lo hanno arricchito, permettendogli di sviluppare la capacità di sfuggire alle etichette e di camuffarsi fino a diventare un romanziere fantasma.

Lo scrittore tedesco, una specie di gigante nato da uno zoppo reduce nel primo conflitto mondiale e da una guercia, attraversa il secolo scorso come uno spettro, camminando sulle macerie della storia, osservando con i propri occhi l'olocausto, combattendo sul fronte russo durante l'operazione Barbarossa, vedendo gli orrori del Ventesimo secolo. In una conversazione con un editore, un ex militare convinto di aver partecipato a qualche momento storico cruciale, c'è un pensiero di Arcimboldi che in realtà è un filo conduttore che percorre tutto il romanzo: “La storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma è una proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono fra loro in mostruosità”.

Arcimboldi pubblicherà svariate opere di cui si occuperanno i critici nella prima parte del romanzo, ma anno dopo anno la sua figura svanisce sempre di più nell'ombra per ricomparire nel 2001 quando sua sorella riesce a rintracciarlo proprio grazie a un suo libro. Alla fine del romanzo viene convinto dalla donna a partire per il Messico per aiutare il nipote che si trova in carcere, come unico sospettato degli omicidi perpetrati a Santa Teresa.

C'è chi sostiene che nella foga di terminare la revisione di 2666, un'opera immane, Bolaño perse tempo rimandando la richiesta per essere messo in lista d'attesa per un trapianto di fegato che avrebbe potuto aiutarlo a vivere qualche anno di più. Non ci è dato saperlo con certezza, quello che sappiamo è che il primo giorno di luglio del 2003 fu portato d'urgenza in ospedale, il giorno prima aveva consegnato a Jorge Herralde, il suo editore, un manoscritto contenente l'ultimo libro di racconti chiamato Il gaucho insostenibile. Roberto Bolaño muore il 15 luglio del 2003 dopo aver trascorso una decina di giorni in coma a causa di un'insufficienza epatica, aspettando invano un trapianto di fegato che non arrivò mai. Era secondo nella lista d'attesa.

L'intensa vita del cileno ribelle era giunta al termine, ma non la sua epopea editoriale. Nel 2004 esce 2666, curato da Ignacio Echevarria (l'Inaki Echevarne dei Dectective Selvaggi), il romanzo vince numerosi premi internazionali e sarà un successo di portata mondiale. Bolaño viene tradotto anche in inglese, e se nei paesi di lingua spagnola era un autore di culto negli Stati Uniti diventa un bestseller.

Un destino strano il suo, che in vita fece di tutto per rimanere periferico, che non volle mai aderire a etichette preconfezionate, che fu un'inesauribile contestatore e un sognatore rivoluzionario. Ciononostante, come ha scritto un suo amico, lo scrittore messicano Juan Villoro “il mondo suole infatuarsi di ciò che gli resiste e la posterità lo ha trasformato in leggenda. La fama è un equivoco: l'asociale Kafka è in tutte le boutiques di Praga, il volto di Che Guevara vende milioni di magliette e Bolaño è la superstella che visse per non esserlo”.

Scavando nell'archivio dello scrittore cileno sono stati rinvenuti altri romanzi, come Il Terzo Reich, pubblicato nel 2010 ma scritto nel 1989. Scritto sotto forma di diario ha come protagonista un giovane tedesco, Udo Berger, campione di giochi di strategia militare da tavolo (era anche una delle passioni di Bolaño) che passa un'estate in Costa Brava con la sua ragazza e che comincia una partita infinita contro il Bruciato, un uomo misterioso che lavora sulla spiaggia e ha il corpo completamente ricoperto da ustioni. Altro libro postumo pubblicato nel 2011 è il romanzo I dispiaceri del vero poliziotto, dove il protagonista è Amalfitano, il professore cileno già presente in 2666.

E' stata pubblicata anche una raccolta di saggi, articoli, conferenze e recensioni scritte tra il 1998 e il 2003 intitolata Tra Parentesi. E' un opera che rappresenta una specie di atlante della letteratura latinoamericana e non solo, e rende nota l'incredibile mole di letture che Bolaño fece in vita. Gli articoli sono acuti, penetranti, e se da un lato mostrano una vena polemica e talvolta feroce contro alcuni scrittori appartenenti all'establishment letterario, dall'altro risulta evidente la generosità disinteressata del poeta cileno nei confronti di molti prosatori emergenti. E' un libro essenziale per chi vuole conoscere non solo l'uomo dietro alla macchina da scrivere, ma anche il perché di certe scelte estetiche. Bolaño non criticava mai gratuitamente, un po' faceva parte del suo carattere (gli amici raccontano che quando leggeva qualche recensione che odorava troppo di incenso su un suo romanzo, subito dopo correva a scrivere qualche pezzo polemico contro uno dei suoi maggiori bersagli di sempre), ma il più delle volte lo faceva per rivendicare un'appartenenza a una tradizione, a un certo tipo di letteratura. Alcuni nomi ricorrono infatti spesso in Tra Parentesi, perché hanno rappresentato dei modelli perenni per Bolaño: ai già citati Parra e Lihn si aggiungono Cervantes, Kafka, Melville, Twain, Bioy Casares, e molti altri, ma soprattutto per la prosa sono stati fondamentali Borges e Cortazar. Due scrittori per molti versi antitetici, da una parte il surrealista Cortazar, sempre alla ricerca di una reinvenzione del linguaggio e di nuovi orizzonti artistici, dall'altra l'intellettuale Borges, con la sua erudizione e l'inestinguibile vena classicista. Bolaño riesce a unire due tradizioni per certi versi ostili, anche politicamente, e a portare nuova linfa all'albero della letteratura con il suo vitalismo, la sua scrittura dal ritmo incalzante e le sue storie di poeti vagabondi e di esseri umani perduti nel mondo.

In lingua spagnola esistono altre opere che non sono mai state pubblicate in Italia, su tutte La universidad desconocida, una grande raccolta contenente le poesie scritte dall'arrivo in Spagna nel 1977 fino al 1993, e El secreto del mal, altra raccolta di racconti postuma pubblicata nel 2007.

Negli ultimi anni molti sono stati i riconoscimenti per il romanziere scomparso, gli sono stati dedicati una mostra al Centro di Cultura Contemporanea a Barcellona, una strada a Girona, un'ala della biblioteca di Blanes, delle canzoni (tra cui una di Patti Smith intitolata Black Leaves), e dai suoi libri sono state tratte opere teatrali, un film (Il futuro, basato su Un romanzetto lumpen), e la sua fama sembra espandersi così come aumentano giorno dopo giorno i suoi lettori.

Già, i lettori, come lo fu Roberto Bolaño per tutta la vita, che poco prima di morire rispondendo a una domanda in cui gli chiedevano “cosa di più l'ha commosso di tutto quel che le hanno detto i lettori sui suoi libri?”, rispose “Mi commuovono i lettori puri, quelli che ancora hanno il coraggio di leggere Il dizionario filosofico di Voltaire, che è una delle opere più moderne e amene che conosco. Mi commuovono i giovani di ferro che leggono Cortazar e Parra, così come li ho letti io e come cerco di continuare a leggerli. Mi commuovono i giovani che si addormentano con un libro sotto la testa. Un libro è il migliore cuscino che ci sia.”


venerdì 25 ottobre 2013

Roberto Bolaño, scrittore di frontiera.

II parte: Et in Sparta ego.


Nel 1985 Roberto e Carolina si sposano e nel 1990 nasce il loro primo figlio, Lautaro. E' a seguito della nascita del primogenito che lo scrittore cileno decide di dedicarsi totalmente alla narrativa, perché se la poesia è importante, ancora più fondamentale è provvedere ai bisogni della famiglia e di sola poesia non si può sopravvivere. E' però doveroso ricordare che per tutta la vita Bolaño si considerò fondamentalmente un poeta, ma il riconoscimento letterario arrivò solo con la produzione in prosa, anche se tutta la sua opera ha sempre avuto un debito enorme con la propria formazione poetica.
C'è purtroppo un altro avvenimento che segna indelebilmente la biografia dello scrittore: nel 1992 scopre che è affetto da una grave insufficienza epatica e i dottori gli comunicano che senza un trapianto di fegato gli resteranno al massimo 12 anni di vita, non uno di più. Da questo momento in poi Bolaño scrive come se dovesse morire il giorno dopo, anzi, secondo alcuni suoi amici come se fosse già morto.
Nel 1994 pubblica un altro romanzo dal titolo La pista di Ghiaccio che ottiene diversi premi letterari e un'ottima ricezione da parte della critica. E' tuttavia solo nel 1996 che riesce a uscire dall'anonimato, quando pubblica due romanzi: La letteratura nazista in America e Stella distante.
Il primo è composto da diverse biografie di scrittori unite tematicamente, ma allo stesso tempo indipendenti. E' strutturato come un manuale, con tanto di apparato bibliografico, intitolazioni di riviste, marchi editoriali e titoli di libri. Il lettore viene catapultato in una serie di biografie trattate minuziosamente, ma proseguendo nella lettura scopre che sono tutte inventate nonostante i dati storici e molti nomi di altri poeti e romanzieri siano veri. Un gioco di erudizione letteraria, che si ispira a Jorge Luis Borges e alla tradizione inaugurata da Vite Immaginarie di Marcel Schwob, ma anche un modo per esorcizzare gli incubi di coloro che hanno subito la dittatura di Pinochet e il colpo di stato, per dare una forma letteraria a quei mostri il cui ricordo è ancora doloroso.
Sempre nello stesso anno pubblica Stella distante con Anagrama, una delle case editrici più importanti in lingua spagnola. In realtà Jorge Herralde, l'editore, avrebbe voluto pubblicare anche La letteratura nazista in America, ma Bolaño aveva già firmato con un altro editore (Seix Barral), così chiese allo scrittore cileno se aveva altro materiale da parte, e lo scrittore cileno gli presentò questa specie di “fratello siamese” della letteratura nazista. Stella distante nasce infatti dall'ultimo capitolo della Letteratura nazista in America, come se fosse una sua costola, e questo è un altro aspetto comune in Bolaño: i suoi romanzi e racconti sono molto spesso correlati tra loro, i personaggi e i temi sono ricorrenti, è uno di quegli scrittori che nonostante abbia pubblicato molti libri sembra avere scritto una sola immensa opera. La voce narrante del romanzo appartiene a un omonimo dello scrittore che collaborando con un ex poliziotto di nome Abel Romero ricostruisce la biografia di Alberto Ruiz-Tagle, membro di un laboratorio di poesia nel Cile di Allende. Successivamente al colpo di stato militare Ruiz- Tagle riappare sotto il nome di Carlos Wieder, e si trasforma in torturatore, assassino e artista d'avanguardia per poi svanire nell'ombra. Il narratore Bolaño, che in quel momento vive in Spagna, tenta di ricostruire questa esistenza grazie anche alla corrispondenza con alcuni amici cileni e grazie alla sua memoria, fino a quando non riesce a rintracciare Wieder. La domanda che ripercorre tutto il romanzo è come possono coesistere nella storia poesia e crimine? Oppure come è possibile che i poeti possano trasformarsi in criminali in determinate condizioni storiche? All'interno delle pagine di Stella distante c'è un sogno del narratore: “Sognai che ero su una grande nave di legno, un galeone forse, e che attraversavamo il Grande Oceano. Io partecipavo a una festa sulla coperta di poppa e scrivevo poesia o forse la pagina di un diario, mentre guardavo il mare. Allora qualcuno, un vecchio, si metteva a gridare tornado! Tornado!, ma non a bordo del galeone bensì a bordo di uno yacht o in piedi su una scogliera. Proprio come in una scena di Rosemary's Baby di Polanski. In quell'istante il galeone cominciava ad affondare e tutti i sopravvissuti divenivano dei naufraghi. In mare, aggrappato a un barile d'acquavite, vedevo Carlos Wieder. Io mi tenevo aggrappato a un pezzo di legno marcio. Capivo in quel momento, mentre le onde ci allontanavano, che Wieder e io avevamo viaggiato sulla stessa nave, solo che lui aveva contribuito a farla affondare mentre io avevo fatto poco o nulla per evitarlo”. Il sogno diventa una presa di coscienza e di responsabilità sul naufragio storico e sulla fine delle utopie rivoluzionarie che coltivava in gioventù.
Nel 1997 esce sempre con Anagrama la raccolta di racconti Chiamate telefoniche, e nel 1998 arriva la definitiva consacrazione con I detective selvaggi, con il quale vince il premio Herralde e il premio Romulo Gallegos. Il romanzo è diviso in tre parti, la prima si intitola Messicani perduti in Messico, è ambientata nel D.F. nell'anno 1975 ed è scritta sotto forma di diario. Il narratore è Garcia Madero, diciassettenne che viene invitato a far parte di un movimento chiamato realvisceralista. Bolaño riutilizza così la sua esperienza di avanguardista, fa riemergere gli infrarealisti nelle sue pagine e li trasforma nei protagonisti di un'epica. I realvisceralisti del libro sono i compagni di gioventù del poeta cileno, tanto che gli stessi Bolaño e Santiago, i capofila del movimento, si trasformano nei personaggi di Arturo Belano e Ulises Lima, e assieme ai loro seguaci usano la poesia come forma di guerriglia per cambiare il mondo.
All'interno di tutto il libro è evidente la mancanza di un elemento che rivela però l'ideale estetico di quell'avanguardia: nelle oltre ottocento pagine che compongono il romanzo nessuno dei realvisceralisti legge mai una sua poesia, tutta la loro poetica è sostenuta dal comportamento, dall'attitudine vitalista che li animava, nell'etica e nell'estetica che si fondevano. Così come era per gli infrarealisti negli anni Settanta, che consideravano la vita e l'arte un tutt'uno.
La seconda parte del libro è quella più vasta, copre un ventennio, dal 1976 al 1996, ed è composta da novantacinque narrazioni scritte da oltre cinquanta narratori. A prima vista può sembrare che queste testimonianze siano slegate, ma c'è un filo conduttore che le unisce, ovvero la ricerca da parte di Lima e Belano della poetessa Cesarea Tinajero (di cui rimane solo un frammento poetico all'interno di una rivista semisconosciuta degli anni Venti). Tutta questa parte, che si chiama I detective selvaggi, è sorretta da un mosaico di ricordi, di testimonianze appartenenti a persone che sono entrate in contatto con Belano e Lima (i veri protagonisti del romanzo) e che tentano frammentariamente di ricomporre i movimenti, gli itinerari e gli intenti dei due poeti viaggiatori. L'unico dato certo è che entrambi sono partiti per l'Europa nel 1976 con mete differenti, che hanno lasciato alle loro spalle il Messico e considerano definitivamente naufragati i sogni di una rivoluzione.
Verso la fine di questa parte ci sono alcuni passaggi che rivelano le posizioni e l'intransigenza di Bolaño nei confronti del mercato editoriale. Siamo nel 1994, alla fiera del Libro di Madrid, qui alcuni giovani scrittori di successo testimoniano cosa è diventata la letteratura. C'è lo scrittore di destra, che dice a ciascuno ciò che vuole sentire, che compie mirabolanti acrobazie diplomatiche e recita una commedia senza fine; alcuni scrittori di sinistra, che muovono i primi passi nel mondo culturale come elementi trasgressivi e una volta raggiunta una posizione sicura si riducono a tiepidi contestatori; e infine c'è lo scrittore depresso, incapace di proseguire una conversazione senza le sue pillole miracolose e che trasforma l'emarginazione e il degrado a una semplice merce acquistabile e vendibile. Tutte queste biografie delineano lo stato comatoso delle letteratura negli anni Novanta, terreno dove ogni pratica poetica è assorbita dall'industria culturale che la usa a proprio piacimento, ogni pratica sovversiva viene erosa dal mercato e i giovani scrittori “Si comportano da manager o da gangster. E non rinnegano nulla, o rinnegano solo quel che si può rinnegare e si preoccupano molto di non crearsi dei nemici o di sceglierseli fra i più inermi”.
Bolaño rifiuta un atteggiamento simile e risponde alla standardizzazione editoriale con un espediente letterario, dove l'alter ego Arturo Belano per evitare una pessima critica al suo ultimo romanzo decide di battersi all'ultimo sangue (un duello all'arma bianca) con il pescecane della critica letteraria spagnola, tale Inaki Echevarne. Un duello surreale su una spiaggia, con il poeta disposto a immolarsi per la sua arte. Bisogna sapere che dietro a tale Echevarne si nascondeva un altro personaggio in carne e ossa, Ignacio Echevarria, uno dei più influenti critici spagnoli che dopo la lettura dei Detective selvaggi (recensito con toni più che entusiasti, tanto che lo battezzò “il romanzo che Borges avrebbe accettato di scrivere”), diventerà prima amico e poi curatore delle opere postume dello scrittore cileno.
La terza e ultima parte del romanzo è ambientata nel 1976, prima che Belano e Lima scappassero in Europa. La voce è ancora una volta quella di Garcia Madero, unico personaggio totalmente inventato tra i realvisceralisti, e racconta del suo viaggio con Belano, Lima e Lupe (una prostituta che fugge dal suo protettore) a bordo di una Chevrolet Impala nel deserto del Sonora. Il gruppo è sulle tracce della poetessa Cesárea Tinajero, che negli anni Venti era stata membro dell'avanguardia stridentista e che il gruppo considera la madre del movimento realvisceralista.
Il romanzo ebbe un vasto eco nei paesi di lingua spagnola, ricevette numerosi premi e riconoscimenti critici, ma anche nel successo l'epilogo fu per molti versi amaro: per ironia della sorte Mario Santiago non riuscì mai a leggere i Detective Selvaggi, morì il giorno prima che lo scrittore cileno riuscisse a ultimarne la correzione.
Nel discorso di Caracas, quando gli fu conferito il premio Romulo Gallegos, Bolaño ricordò l'amico e tutti i suoi compagni scomparsi: “In grande misura tutto quello che ho scritto è una lettera d'amore o una lettera d'addio alla mia generazione, noi che siamo nati negli anni Cinquanta e che a un certo punto abbiamo scelto le armi (anche se in questo caso sarebbe più giusto parlare di “militanza”) e abbiamo dato il poco che avevamo, o la cosa più grande che avevano, che era la nostra giovinezza, a una causa che credevamo la più generosa del mondo e che in un certo senso lo era, ma in realtà no. Inutile dire che abbiamo lottato con le unghie e con i denti, ma avevamo dei capi corrotti, leader codardi, un apparato di propaganda peggiore di un lebbrosario. Abbiamo lottato per partiti che, se avessero vinto, ci avrebbero immediatamente spedito in un campo di lavori forzati. Abbiamo combattuto e abbiamo riversato tutta la nostra generosità in un ideale morto da cinquant'anni, e alcuni di noi lo sapevano, come facevamo a non saperlo se avevamo letto Trotsky o eravamo trotskisti? Eppure l'abbiamo fatto, perché eravamo stupidi e generosi, come lo sono i giovani, dando tutto e non chiedendo niente in cambio”.
Dal 1998 in poi comincia a crescere una sorta di Bolaño mania, e prima ancora di diventare un best seller per i lettori, la sua opera diventa la più conosciuta e ammirata dagli scrittori di lingua castigliana: Juan Villoro, Alan Pauls, Rodrigo Fresan, Edmundo Paz Soldan, Carmen Boullosa, Santiago Gamboa, Javier Cercas (che lo fece diventare un personaggio nel suo romanzo Soldati di Salamina), Jorge Volpi, Ignacio Padilla, Andrès Neuman. Bolaño diventa un faro per questi scrittori, quasi una specie di totem. Nonostante ciò il suo stile di vita austero non muta di una virgola, anzi, continua a vivere a Blanes, a lavorare nel suo piccolo ufficio quasi senza riscaldamento e con il suo pc obsoleto.
Questa tardiva fama e i vari riconoscimenti gli danno comunque modo di scrivere recensioni, articoli per quotidiani e di collaborare con varie riviste letterarie. Sempre nel 1998 torna addirittura in Cile dopo venticinque anni e viene accolto quasi come una celebrità, prima presentato in televisione e poi intervistato dai vari quotidiani nazionali. E' durante questo viaggio che l'ormai affermato romanziere coglie l'occasione per andare a trovare l'uomo che più di tutti ha sempre incarnato il suo massimo riferimento poetico, Nicanor Parra.
Nel 1999 pubblica Amuleto. Se Stella distante nasce dall'ultima biografia della letteratura nazista in America, Amuleto prende vita da una delle voci narranti de I detective selvaggi dove occupava qualche decina di pagine. E' un modo per esaurire uno sguardo, un tema, e forse anche per salutare definitivamente gli amici lontani e quelli che non ci sono più. Il romanzo racconta la storia della poetessa uruguayana Auxilio Lacotoure, la madre dei giovani poeti messicani. Auxilio si trova chiusa in un bagno dell'UNAM (Universidad de Mexico) nel 1968, per nascondersi ai militari che fecero irruzione nella struttura universitaria. Rimane rinchiusa senza mangiare per dieci giorni fino a quando gli scontri cessarono sulle strade ed esce solo dopo la strage di Tlatelolco. Provata nella sua sanità mentale, Auxilio vede svanire i giovani poeti messicani (tra i quali figura ancora una volta l'alter ego Arturo Belano) all'orizzonte, come fossero fantasmi che attraversavano una valle e precipitano nell'abisso. Nelle sue orecchie sente il loro canto di guerra, una canzone che narra le imprese eroiche di un'intera generazione di latinoamericani sacrificati,“E quel canto sarà il nostro amuleto”. Sarà l'ultimo tributo di Bolaño a quei ragazzi che avevano condiviso con lui gli ideali e le utopie mai realizzate degli anni Settanta.
Nel 2000 esce un altro romanzo dal titolo Notturno cileno. Il protagonista è Sebastian Urrutia Lacroix, poeta, critico letterario, prete e membro dell'Opus Dei. L'uomo anziano è sul letto di morte e in una sola notte ripercorre la sua esistenza parlando a un interlocutore invisibile (denominato giovanotto invecchiato) o forse alla propria coscienza. Urrutia ricorda la sua vita, dall'iniziazione nel mondo letterario passando per la conoscenza di Pablo Neruda (molto spesso Bolaño fa coesistere nei suoi romanzi e racconti personaggi fittizi con poeti e artisti realmente esistiti), fino al colpo di stato che porterà al potere Pinochet. Il ricordo di quei giorni è una lucida riflessione sulle relazioni che esistono in America Latina tra il potere e l'universo letterario: “Poi ci furono le elezioni e vinse Allende...mi misi a leggere i greci. Sia quello che Dio vuole, mi dissi. Io mi rileggo i greci.....e ci furono sommosse, parole grosse, i cileni bestemmiarono, dipinsero i muri, e poi quasi mezzo milione di persone sfilò in una grande marcia di appoggio a Allende, e poi ci fu il colpo di stato, la rivolta, il pronunciamento militare, e bombardarono il palazzo della Moneda e quando fu terminato il bombardamento il presidente si suicidò e tutto finì. Allora io me ne rimasi fermo, con un dito sulla pagina che stavo leggendo, e pensai: che pace!”
Urrutia è l'emblema della consuetudine all'orrore, dell'uomo colto che sta dalla parte della Storia. C'è un episodio significativo nelle pagine del romanzo, quando Urrutia ricorda le feste nella casa di Maria Canales, una scrittrice cilena, dove partecipava assieme a decine di critici, poeti e accademici fedeli al regime a ricevimenti e cocktail mentre nelle cantine il marito della Canales, un americano, torturava gli oppositori o i presunti tali.
Attraverso il ricordo di un'intera vita Notturno cileno è la confessione di un uomo che con il suo silenzio e la totale assenza di sensi di colpa diventa complice della dittatura e che finisce addirittura per collaborare direttamente con Pinochet, impartendo a lui e ai suoi fedelissimi lezioni di marxismo per conoscere meglio il nemico, per capire fino a dove potevano spingersi i “nemici della patria”.
E' necessario rilevare un particolare che differenzia le opere cilene (Stella distante e Notturno cileno), da quelle ambientate in Messico. Le prime sono più cupe, mancano di quello slancio vitale che si legge per esempio in Amuleto o ne I detective selvaggi dove i protagonisti sono giovani sognatori. Non è un caso se molti lettori che hanno cercato tracce dello scrittore viaggiando fino alla sua terra natale rimasero delusi, perché le pagine scritte da Bolaño si potevano respirare in alcune strade del D.F., in calle Bucareli, nei caffé dove si incontravano gli infrarealisti, non nel Cile grigio della dittatura militare. Lo scrittore, infatti, non amava il termine patria, e a chi gli domandava come ci si sentiva da esiliato o se sentiva la mancanza del suo paese, rispondeva: "si può avere nostalgia della terra dove si è rischiato di morire? Della povertà, dell'intolleranza, dell'ingiustizia? L'unica patria che ho sono i miei figli e la mia biblioteca". Non si sentiva cileno, si considerava latinoamericano. Aveva anche una certa simpatia per quegli artisti che nelle loro opere si mettevano contro l'ordine costituito e si attiravano le antipatie dei nazionalisti e dei conservatori. Commentando El Asco, opera del salvadoregno Castellanos Moya, scrisse: "Una delle sue virtù è che riesce insopportabile ai nazionalisti. Il suo umorismo corrosivo ne fa una bomba a orologeria e minaccia la stabilità ormonale degli imbecilli, che leggendolo provano l'irrefrenabile desiderio di impiccare l'autore sulla pubblica piazza. Non concepisco un onore più grande per uno scrittore vero".

domenica 20 ottobre 2013

Roberto Bolaño, scrittore di frontiera.

I parte: un cileno perduto in Messico e in Catalogna.

Nel corso del Novecento alcuni scrittori latinoamericani come Pablo Neruda, Jorge Louis Borges e Gabriel Garcia Marquez, sono riusciti a catturare l'immaginazione dei lettori non soltanto con le loro opere, ma anche con le loro esistenze. A cavallo dei due millenni c'è stato però un altro grande narratore che è diventato un simbolo per una moltitudine di lettori e scrittori di lingua castigliana: Roberto Bolaño. Personaggio fuori dagli schemi, Bolaño fu romanziere volendo essere poeta, cileno di nascita ma senza patria in vita, e in pochi anni passò dall'essere uno scrittore di nicchia, un poeta marginale e un cacciatore di scalpi nella riserva dei piccoli concorsi letterari, a diventare un autore di culto. Il suo atteggiamento da samurai romantico, da ribelle incapace di scendere a compromessi con le mafie letterarie e con il mercato editoriale, i suoi ideali artistici e la sua vita a lungo tempo esposta alle intemperie lo hanno portato a diventare un'icona.

Occorre però non fermarsi ai dati biografici e ricordare che la sua vasta opera è stata per un verso capace di ricordare che la narrativa latinoamericana poteva ancora produrre romanzi di elevatissima qualità andando oltre l'appiattimento e la fedele adesione al realismo magico, dall'altro che si potevano battere nuove strade inesplorate non dimenticando la tradizione alle spalle.

Perché definisco Bolaño scrittore di frontiera? Per molti motivi, in primo luogo perché i suoi personaggi sono molto spesso ai margini della società, si muovono al limite o anche oltre la legge e sono una folla composta da poeti squattrinati, vagabondi, prostitute, ladri, truffatori, omosessuali, poliziotti corrotti e serial killer. Tutti emarginati, e Bolaño nelle sue pagine cammina con loro per un breve tratto e ne esplora le esistenze. In secondo luogo è impossibile dimenticare i luoghi di frontiera tra Messico e Stati Uniti dove sono ambientate le sue maggiori opere. E' nel deserto del Sonora che svanisce per sempre il sogno dell'avanguardia poetica ne I detective selvaggi e dove affiora e converge tutto il male del Ventesimo secolo in 2666.

Chi era però l'uomo Roberto Bolaño e quale fu la sua vita prima di diventare lo scrittore latinoamericano più influente della sua generazione?

Roberto Bolaño Ávalos discende da nonni immigrati di origine galiziana e nasce il 28 aprile 1953 a Santiago del Cile, è figlio di León Bolaño, ex-pugile e camionista, e di Victoria Ávalos, professoressa di matematica. Vive lontano dal mondo letterario, l'unica lettrice di casa è la madre che però si dedica solo ai bestsellers. A cinque anni inizia a sperimentare la vita nomade con i genitori e si trasferisce a Quilpué, poi Cauquenes, Valparaíso, Viña del Mar e Los Ángeles, dove frequenta i primi anni di scuola. I genitori ricordano che gli insegnamenti scolastici non lo interessavano, però, quando capitava di viaggiare sul camion del padre, ogni volta che facevano sosta in qualche città Roberto chiedeva se poteva andare a vedere i libri. Già da bambino sembrava non riuscire a stare lontano dalle librerie.
Nel 1968, a quindici anni di età, si trasferisce a Città del Messico con la famiglia. E' l'anno della movimentazione studentesca (dieci giorni dopo nella capitale messicana cominciarono i giochi olimpici) che portò dapprima all'invasione dell'esercito nelle università, e più tardi al massacro di Tlatelolco dove i militari spararono sui manifestanti disarmati uccidendo centinaia di civili.
In Messico, nel Distretto Federale, Roberto continua il liceo per un breve periodo, ma decide di abbandonarlo in modo permanente a sedici anni dedicandosi solo alla lettura e alla scrittura. Era un lettore estremamente vorace e onnivoro, leggeva di tutto, dai polizieschi alla fantascienza, dai classici messicani a quelli europei; amava soprattutto la poesia ma divorava anche libri in prosa. Il suo massimo riferimento non era Pablo Neruda, bensì Nicanor Parra, poeta cileno antilirico dal lessico quotidiano che fa grande uso dell'ironia e della parodia. Bolaño trova importanti affinità nello humour nero e nella poetica del suo connazionale, e per tutta la vita si definirà con orgoglio appartenente alla “tribù di Parra”.

Era un lettore, ma anche un ragazzo squattrinato e di conseguenza frequentava spesso la biblioteca pubblica della capitale messicana, ma si recava anche in alcune librerie, in particolare le librerie De Cristal e De Sòtano, dove non di rado rubava i libri che voleva leggere. Tre decenni più tardi, parlando di queste sue esperienze giovanili dirà ridendo “Spesso c'erano libri di autori che volevo rubare ma a causa della collocazione sugli scaffali non potevo farlo. Erano troppo in alto o troppo vicini ai commessi. In definitiva penso che la libreria De Cristal e De Sòtano abbiano la colpa di alcune lacune nella mia educazione”. Risale comunque a questo periodo la sua iniziazione letteraria, non soltanto legge molto, ma frequenta piccoli seminari e conosce altri giovani aspiranti poeti appartenenti al ceto medio basso del D.F.
Tuttavia, nel 1973, decide di tornare in Cile per sostenere il processo di riforme socialiste di Salvador Allende. Giunge in Cile dopo aver viaggiato in autobus, in barca e anche a piedi con lo zaino in spalla, vivendo a casa di amici e parenti, ma dopo pochi mesi, esattamente l'11 settembre del 1973 c'è il golpe, il colpo di stato militare che porta al potere il dittatore Augusto Pinochet. Bolaño è dapprima arrestato nel mese di novembre mentre viaggia su un autobus e successivamente viene incarcerato. Otto giorni più tardi però riesce a fuggire grazie a un suo ex compagno di classe che era tra i poliziotti di guardia (questo avvenimento sarà alla base anche di un suo racconto chiamato
I Detective contenuto in Chiamate telefoniche). Di questi avvenimenti dirà in seguito: “L’esperienza dell’amore, dello humour nero, dell’amicizia, della prigione e del pericolo della morte si condensarono in meno di cinque interminabili mesi durante i quali in modo estremamente rapido e in uno stato di abbagliamento ho vissuto tutto”.

Tornato in Messico nel 1974 fa la conoscenza del poeta Mario Santiago, che diverrà il suo migliore amico, e di Bruno Montané, cileno come lui e fuggito con la famiglia dopo il colpo di stato. Un anno più tardi, assieme a loro fonda il movimento infrarealista, una sorta di Dadaismo alla messicana e un'avanguardia poetica. I membri del gruppo non avevano un programma unitario, si incontravano al Caffé Habana di calle Bucareli ma soprattutto erano in aperta polemica contro l'ordine stabilito, contro le corporazioni letterarie, contro l'élite culturale e politica del paese. Erano una banda di disadattati che sabotava i seminari e gli incontri pubblici dei poeti più rispettati, scagliandosi violentemente contro coloro si muovevano all'interno del sistema, perché in Messico gli scrittori erano in effetti parte di una struttura nazionale che li sovvenzionava pubblicamente. Non solo, ma spesso questi scrittori assumevano anche degli incarichi pubblici all'interno di commissioni, dipartimenti e ambasciate. All'interno, anzi, dal fondo di questa rigida struttura piramidale senza possibilità di ascesa si muovevano gli infarealisti, quasi in clandestinità, perché non erano minimamente considerati nonostante le rappresaglie nei vari seminari dove arrivavano ubriachi agli incontri, urlavano ingiurie e tiravano bicchieri addosso ai relatori. Il movimento assumeva una posizione di resistenza etica nei confronti del potere culturale vigente e allo stesso tempo proponeva anche la ricerca di nuove forme di espressione e di intendere la pratica poetica, considerando di fondamentale importanza il connubio indissolubile tra arte e vita.

A quel tempo i poeti nati negli anni '50 si schieravano solitamente tra due partiti antagonisti, quello di Efrain Huerta e quello di Octavio Paz, che in gioventù erano stati amici e negli anni Trenta avevano curato assieme la rivista Taller, ma con il tempo si erano allontanati per motivi politici (Paz era un conservatore mentre Huerta appoggiava la rivoluzione cubana).

Gli infrarealisti erano degli outsider, si consideravano dei guerriglieri della parola, non stavano né con la sinistra stalinista e dirigista (per quanto si considerassero dei rivoluzionari), né con la destra e con i reazionari. Tuttavia, uno dei maggiori bersagli dei loro attacchi era proprio il futuro premio Nobel Octavio Paz, che in quel momento incarnava in Messico la figura di primissimo piano all'interno dell'ambiente culturale. Molti anni dopo Bolaño ricorderà che era legato da amicizia a Huerta ma non ne condivideva alcune idee politiche, mentre Octavio Paz era considerato il nemico a causa della sua posizione all'interno del sistema letterario messicano.

Non bisogna però soffermarsi solo sull'aspetto contestatorio e ribelle di Bolaño, perché già in questo periodo giovanile comincia a manifestarsi uno dei temi portanti di tutta la sua opera: la mancanza di barriere tra letteratura e vita. Già nel suo periodo infrarealista lo scrittore coltivava l'idea di una vita poetica e un'esistenza senza compromessi, ed è da questo humus che crescerà nel tempo la sua narrativa dove non sussiste una linea di demarcazione tra la sfera esistenziale e quella artistica, anzi, c'è una dissoluzione dell'arte nella vita.

Esiste poco materiale per documentare le attività degli infrarealisti, le loro riviste erano per lo più composte da fotocopie, sappiamo di una loro antologia intitolata Muchachos desnudos bajo al arcoiris de fuego (Ragazzi nudi sotto un arcobaleno di fuoco) e di un manifesto scritto proprio da Bolaño nel 1976 che si conclude con “Il rischio sta sempre da un'altra parte. Il vero poeta è quello che si abbandona sempre. Mai troppo tempo in uno stesso posto, come i guerriglieri, come gli ufo, come gli occhi bianchi degli ergastolani. LASCIATE TUTTO, DI NUOVO / METTETEVI IN MARCIA”.

In realtà a lasciare tutto e a mettersi in marcia è proprio il poeta cileno, che fedele al suo nomadismo genetico decide di lasciare il Messico nel gennaio del 1977 per andare a vivere in Spagna, a Barcellona, raggiungendo così la madre e la sorella. Anche Mario Santiago lascia in quel periodo il suo paese, cominciando a girare per l'Europa e il Medio Oriente, ma nonostante la distanza i due continuano a comunicare sporadicamente tramite lettere e cartoline.

Bolaño va a vivere a casa della madre, ma poco dopo deve traslocare in un appartamento di venticinque metri quadri in calle Tallers. In questo periodo lo scrittore cileno fonda assieme a un altro infrarealista da poco trasferitosi in Spagna, Bruno Montané, una rivista chiamata Berthe Trépat, in onore alla pianista che appare in Rayuela di Cortazar, un personaggio che suona per un uditorio composto solo dal protagonista del romanzo e la sua amante (la rivista non aveva un destino dissimile, dato il tiraggio di poche decine di copie fotocopiate per ogni numero). Pubblicavano prevalentemente poesie, ma anche corrispondenza con altri scrittori e poeti latinoamericani, e sempre dalla collaborazione con Montané nasce anche la rivista in numero unico “Rimbaud vuelve a casa”, edita in mille copie. Nel frattempo, non potendo vivere di sola letteratura (in questo periodo scrive anche la prima versione del suo romanzo Anversa), Bolaño si adatta a svolgere qualsiasi lavoro: lavapiatti, cameriere, vendemmiatore, scaricatore di porto, commesso, guardiano notturno in un campeggio.

Purtroppo, nonostante l'impegno profuso, le cose non vanno bene dal punto di vista finanziario, così Bolaño lascia Barcellona e si trasferisce a Girona nel 1980, nella casa lasciatagli dalla sorella da poco tornata in Messico, e qui inizia una corrispondenza con il poeta cileno Enrique Lihn, che verrà ricordato sempre con enorme stima e amicizia. E' un periodo durissimo per Bolaño, anni di fame vera dove non solo non ha un lavoro fisso e pochi soldi da parte (era addirittura convinto che non gli avrebbero rinnovato il visto), ma non riesce minimamente a vivere con quello che scrive. E' sostenuto però dalle parole di conforto di Lihn e fa la conoscenza di un altro grande scrittore, l'argentino Antonio di Benedetto, che in quel momento viveva esiliato a Madrid. I due si conoscono partecipando a un concorso letterario municipale dove peraltro nessuno dei due vinse, e da quel momento comincia tra loro una corrispondenza epistolare. Di Benedetto offre consigli e svela al giovane scrittore alcuni trucchi che possono permettergli di partecipare a più concorsi letterari possibili utilizzando lo stesso racconto e cambiandone semplicemente il titolo. Bolaño è molto colpito nel sapere che Di Benedetto vive in ristrettezze economiche e deve partecipare a piccoli concorsi comunali per vivere, per lui è come se un giocatore professionista di serie A dovesse sgambettare per i campetti spelacchiati di periferia. Da questa amicizia e da questa amara ed ennesima constatazione del mestiere letterario nasce il racconto Sensini, contenuto nella raccolta Chiamate Telefoniche. Bolaño applicherà bene gli insegnamenti ricevuti e diventerà per molti anni un vero e proprio cacciatore di concorsi letterari municipali, vincendone molti e campando in qualche modo con altri lavori saltuari.

Nel 1981 conosce Carolina Lopez che diventerà sua moglie, e nel 1984 si trasferisce con lei a Blanes, piccola città situata sulla Costa Brava. A Blanes lavora nel negozio di bigiotteria della madre, mentre Carolina trova un posto presso il comune. Nel 1984 pubblica il suo primo romanzo intitolato Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce, una piccola opera scritta a quattro mani con l'amico catalano A.G. Porta che narra le avventure criminose di Angel e Ana (una sorta di Bonnie e Clyde in salsa ispanica). Il titolo è anche un omaggio all'amico Mario Santiago che aveva intitolato una sua poesia Consigli di un discepolo di Marx a un fanatico di Heidegger. E' un'opera giovanile ma già si intravede quella rapidità d'azione narrativa priva di dettagli superflui e quella visione lucida che caratterizzerà tutta l'opera in prosa di Bolaño. Nello stesso anno esce un altro romanzo che verrà ripubblicato molti anni dopo, nel 1999, con il titolo Monsieur Pain.

domenica 25 agosto 2013

Booktrailer del libro "Il mondo di Sirian - L'ombra dell'Artiglio"



Il booktrailer del mio romanzo fantasy L'ombra dell'Artiglio, edito da GDS, già disponibile in formato digitale e in uscita in formato cartaceo dal 30 settembre.

mercoledì 7 agosto 2013

E' uscito "Il mondo di Sirian - L'ombra dell'Artiglio" di Nicola Zannol, editrice GDS.

E' uscito in formato digitale il mio romanzo fantasy "Il Mondo di Sirian - L'ombra dell'Artiglio", edito da GDS.
 
Il libro è reperibile in tutti i cataloghi online in formato epub, pdf e kindle (su Amazon), e presso lo store di questo blog.
A partire dal 30 settembre sarà disponibile in formato cartaceo sul catalogo Editoriuniti GDS, IBS e presso i maggiori siti web di vendita online di libri.


Trama:
Mondo di Sirian. Il regno di Chombrun è senza un sovrano, l’aristocrazia litiga per il potere mentre sotto i monti della Dardania gli orchi sono pronti a scaricare la loro furia devastatrice sul mondo degli uomini.
Araklamn, l’Artiglio Nero, il signore del regno di Reyvenghar, ha messo i suoi occhi sui territori del nord ed è pronto a conquistarli. Il fato decide l’incontro di un gruppo di giovani trasportati come zattere alla deriva dal grande mare del tempo, ma destinati a segnare inconsapevolmente le vicende di un’intera era: Slayn, un misterioso mago, viaggia alla ricerca di un potere in grado di restituirgli le redini del suo destino, per sfuggire alla pesante eredità che gli è stata imposta attraverso la runa della fiamma bianca; Kairon, cavaliere e secondogenito della casata del lupo grigio, abbandona i titoli nobiliari per ritrovare la sorella scomparsa e lasciare dietro di sé l’ingombrante ombra del defunto padre per diventare finalmente uomo; Draco, amico di Kairon, decide di seguirlo scegliendo la via delle armi e non quella tracciatagli dal genitore; Nightwolf, un elfo selvaggio dal triste passato, vaga per il Berenial come un reietto, accettando lavori come sicario, attendendo un’occasione o forse l’ultimo attimo in cui potrà finalmente espiare la sua colpa.